Il paradosso dello psicologo
Quello che vi propongo oggi è un dialogo che ho scritto traendo ispirazione da un altro dialogo di Gianrico Carofiglio intitolato Il paradosso del poliziotto. In quest’ultimo il tema portante della conversazione, che avviene tra due anonimi personaggi (di cui si sa solo che uno è un giovane scrittore, mentre l’altro è un anziano poliziotto), è la paradossale posizione in cui si viene spesso a trovare un membro delle Forze dell’Ordine quando, da una parte, deve dare la caccia ai malviventi, mentre dall’altra deve ammettere di avere le stesse pulsioni criminali di chi insegue ed allo stesso tempo essere capace di dominarle senza farsi sopraffare.
Il mio dialogo, invece, pur avendo alcuni punti strutturali in comune con l’opera di Carofiglio, si concentra su un aspetto a mio parere paradossale nella pratica del mestiere dello psicologo clinico, ma non desidero anticiparvi nulla di più.
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Abitare la distanza
E’ buio. Sto salendo il lieve pendio al di sopra della casa. Comincio a sentire ormai lontane le voci degli altri, la musica e la festa. Raggiungo la cima e proseguo dritto. All’improvviso scorgo un piccolo campetto alla mia destra. Non ha nulla di speciale, ma mi attrae molto per la solitudine e la vista sul mare che offre. I piedi mi sprofondano leggermente nella terra poco battuta mentre lo attraverso.
Una volta raggiunto l’orlo, l’occhio mi cade sulla strada sottostante, ancora più buia del campo. Quanto sarà alta la scarpata? Tre, quattro metri? Non sono mai stato bravo a calcolare le distanze.
Alzando di un pò lo sguardo, contemplo un mare nero come il crepuscolo e luci flebili che brillano in lontananza. Degli altri, della musica, della festa non vi è ormai più traccia.
Accendo una sigaretta e guardo ancora più in alto.
Il fumo della prima boccata si dissolve velocemente davanti ai miei occhi per lasciar spazio ad un cielo stranamente stellato per questo inizio di settembre che di bel tempo ne ha regalato ben poco. Il luccichio delle stelle sembra trasmettere allo stesso tempo tranquillità ed inquietudine.
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L’Occhio Nella Notte
I vecchi pini marittimi avevano un’aria assonnata quella sera, come se il peso della loro lunga esistenza si fosse di colpo poggiato a loro sui rami. Il tappeto di aghi che copriva il terreno sottostante scricchiolava pacatamente mentre veniva calpestato da quell’uomo dall’aria strana. La calda brezza marina gli scompigliava i capelli neri appena lavati, ma la salsedine non lo turbava minimamente. Faceva alcuni passi, si fermava, fissava le poche stelle che i pini filtravano e riprendeva a camminare. Avanzava di poco e ripeteva il tutto.
Il movimento, dai tratti quasi rituali, sembrava quasi dovuto alla follia.
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Justinian
E’ tardi. Decisamente.
Eppure mi rigiro ancora nel letto. Il corpo vorrebbe assopirsi, ma la mente gli strappa inesorabile ulteriori minuti di affollamento.
So che aprendo gli occhi perderò anche quel poco di sonno che sono riuscito tenacemente ad ottenere, ma la tentazione è troppo forte. Sarebbe curioso capire cosa spinge un uomo a guardare il soffitto nei momenti di riflessione.
Stanotte non c’è il chiarore della luna a penetrare la finestra e ogni abbaglio presagisce un boato. Il muro d’acqua che si infrange sul tetto, fino ad un momento fa un fastidioso ostacolo al sonno, ora sembra quasi aiutare la concentrazione. Le immagini che affollano la mia mente si susseguono interminabili come i cavalli di una giostra. Voglio prendere un cavallo. Voglio vederlo. Torno alla vista della mente.
Mi trovo seduto ad un tavolo, davanti a me ho 800 occhi che mi scrutano come se volessero strapparmi
di dosso quell’infimo ritratto dell’aspetto esteriore e parlare direttamente con la mia anima. Occhi curiosi, occhi famelici, occhi che giudicano senza pietà. Le mie parole si perdono nell’infinito di quelli sguardi.
Dentro sentro bruciare un fuoco, un tamburo impazzito scandisce il tempo dei miei pensieri, ma ciò che vedo mi conduce inesorabilmente alla freddezza.
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