''...credo che prima o poi chiunque stia risalendo il fiume debba fermarsi sulla riva a riposare. Forse qualcun altro andrà più avanti e mi passerà di fronte guardandomi con aria conpassionevole, quella di chi sa come gira il mondo. Ma se questo sa che il mondo gira, dovrebbe sapere che io giro insieme ad esso. E anche se mi fermo a prendere un attimo di respiro, questo lo so per certo, non smetto mai di girare...''

Makotokai Karate Do

gennaio 16th, 2009

I problemi del Karate Tradizionale

Il Karate Shotokan Tradizionale soffre indubbiamente di un difetto di fondo: la totale mancanza di contatto. L’eccessivo formalismo sviluppatosi da un’errata interpretazione dell’antico insegnamento delle tecniche, del kumite (il combattimento) e dei kata (le forme), ha portato a confondere la forza con la rigidità, lo scatto rigido con la fluidità, nonchè ad associare erroneamente il contatto alla violenza. Tutto ciò ha spesso comportato nei praticanti lesioni ortopediche anche gravi dovute alla continua ritenzione dell’energia cinetica nella pratica a vuoto (provate a tirare un paio di pugni o calci all’aria: già dopo una decina di volte, se non li avrete lasciati andare fluidamente, comincerete a sentire qualche doloretto; pensate a chi lo fa da una vita).
Come già detto, il contatto viene spesso associato ingiustamente alla violenza. Ciò porta ad un’idea di ”controllo” completamente sbagliata. Nelle competizioni di Shotokan TOCCARE l’avversario con eccessiva enfasi è causa di squalifica. Ma come può l’assenza di contatto costituire una forma di controllo se non vi è nulla da controllare? E non è tutto. Oltre a non comprendere il valore che il pieno contatto ha nell’apprendimento dell’efficacia delle tecniche, altrettanto spesso il Karate Shotokan (sempre com’è insegnato oggi, che sia chiaro) ignora anche il secondo grande beneficio che tale pratica porta con sè: il condizionamento. Non si può pensare di poter sostenere un attacco senza aver mai combattuto sul sero. Il combattimento a contatto, con le dovute protezioni e i dovuti controlli, rafforza il karateka, lo abitua a veder arrivare le tecniche e ad incassare i colpi. Per quanto concerne i kata, invece, si è ormai giunti al punto in cui l’accento è posto unicamente sugli scatti, sull’aspetto estetico delle tecniche e sul fruscìo del karategi (il tradizionale abito usato dai praticanti, spesso chiamato erroneamente kimono, che invece costituisce l’abito delle donne) durante l’esecuzione delle stesse, tanto che molti produttori li vendono in appositi materiali più ”fruscianti”.
Non c’è quindi nulla di cui meravigliarsi se spesso si vedono fior fior di cinture nere di Karate Shotokan stese dal primo boxeur di turno, nè se ormai il nome del Karate è associato alla totale inefficacia ed è spesso deriso dai praticanti di altre discipline.

Il Makotokai Karate Do

E’ in questo contesto non troppo entusiasmante per il mondo del karate che è nata il 18 ottobre 2008 a Trieste la FIMK, Federazione Italiana Makotokai Karate.
Il Makotokai è un innovativo metodo di insegnamento del Karate Shotokan ideato qualche anno fa dal M°Paolo Bolaffio (c.n. 8° dan) derivante dall’esperienza accumulata nella sua quarantennale attività marziale. Le caratteristiche principali del metodo sono il contatto pieno (con apposite protezioni, su colpitori già dalla cintura bianca, in seguito anche in combattimento), i movimenti ”a recupero di energia” (che permettono un notevole risparmio energetico e una maggiore efficacia tecnica) nonchè numerosi elementi tratti da altre arti marziali, come il Tai Chi e il Pa Kwa Chang.
Io ho iniziato la pratica del Makotokai 2 anni e mezzo fa. In principio ero parecchio scettico: conoscevo per sommi capi i limiti del Karate Tradizionale e miravo a praticare una disciplina più efficace. Inutile dire che mi è bastato pochissimo tempo per ricredermi.
La grande precisione delle spiegazioni e l’immediatezza dell’approccio a contatto mi hanno permesso di vedere, seppur limitatamente al mio grado, il vero potere che il karate può trasmettere se adeguatamente insegnato. Ho visto fare cose che difficilmente credevo possibili. Ciò grazie anche al fatto che ho l’opportunità di allenarmi nell’Hombu Dojo (palestra principale) di Trieste, dove il Makotokai è nato ed è in continuo sviluppo. E a provare la natura in fieri del metodo, oltre alla nascita della FIMK, c’è il sempre più alto numero di palestre che decidono di adottarne l’insegnamento (ad oggi 20, sparse in tutta Italia ed in Slovenia). Ciò lascia molto spazio al ragionamento: non accade assai di frequente, infatti, che così tanti maestri a capo di altrettante palestre decidano di seguire l’insegnamento di qualcun altro (e quindi di porsi come allievi). Se così è, ci dev’essere un motivo valido.
Concludendo, per chiunque desiderasse ulteriori informazioni sul Makotokai, inserisco alcuni link e video dimostrativi.

Oss.

Sito dell’Hombu Dojo di Trieste: www.makoto.it

Sito della FIMK: www.makotokai.com

Maestro Paolo Bolaffio c.n. 8° dan – Soke del Karate Makotokai:

Il Maestro Bolaffio durante una lezione:

Esempio di combattimento nel Karate Tradizionale:

Esempio di combattimento nel Karate Makotokai :

Popolarità: 7%

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13 Responses to “Makotokai Karate Do”

  1. billi ballo on luglio 29, 2009 3:44 pm

    stronzate…

  2. Nicolò on luglio 29, 2009 4:03 pm

    Vediamo un po’…perchè? Se lasci un commento inutile come questo dovresti almeno avere il buon senso di fornire qualche ragione valida, non credi?

  3. Peppe on agosto 17, 2009 2:15 pm

    Non sono stronzate, ma affermazioni realistiche e sensate. Lo Shotokan, ma non solo esso, così come è fatto fa sorridere!

  4. billi ballo on agosto 18, 2009 8:41 pm

    pagliacci pagliacci pagliacci, giocate a fare i guerrieri nel vostro (piccolo) orticello, ma nella rima foto bolaffio sta cagando?

  5. Nicolò on agosto 18, 2009 8:47 pm

    Non ha proprio senso discutere con persone che, come te, non hanno argomentazioni. O meglio, come voi? Sembra che billi ballo abbia scritto 2 commenti da 2 indirizzi mail e ip diversi. Patetico/i.

  6. yari.davoglio on settembre 3, 2009 2:36 am

    Ciao Nic,

    leggo con piacere per la prima volta alcuni tuoi post. Arrivo qui da Dillinger.it, su cui scrivo con lo pseudonimo di van Dort.
    Tu dici:
    nonchè ad associare erroneamente il contatto alla violenza.“.
    Non è così. Anche perché il contatto c’è, sia nelle gare (poco, in quanto sono dimostrative), sia nell’allenamento (molto, specialmente perché il contatto fisico aiuta il rafforzamento di muscoli e ossa).
    Tutto ciò ha spesso comportato nei praticanti lesioni ortopediche anche gravi dovute alla continua ritenzione dell’energia cinetica nella pratica a vuoto (provate a tirare un paio di pugni o calci all’aria: già dopo una decina di volte, se non li avrete lasciati andare fluidamente, comincerete a sentire qualche doloretto; pensate a chi lo fa da una vita)“.
    L’eventuale “doloretto” si ha perché il muscolo sta lavorando e non è abituato. L’energia cinetica è indipendente dal fatto che vi sia o meno un punto d’impatto, ma dipende esclusivamente dal moto del corpo (pugno o calcio, in questo caso). Parlo della legge di conservazione dell’energia meccanica:
    en. cinetica (iniziale) + en. potenziale (iniziale) = en. cinetica (finale) + en. potenziale (finale)
    Il momento di massima dell’energia cinetica si ha un’istante prima che il corpo impatti, dopodiché si annulla il moto e quindi l’en. cinetica è uguale a 0 (vi è solo quella potenziale, come in un corpo fermo). Il fulcro del karate sono la velocità di esecuzione e la massima precisione del colpo e non l’impatto dello stesso (anche perché un colpo frustato danneggia di più l’avversario rispetto ad un colpo affondato: con quest’ultimo abbiamo un “contraccolpo”, ossia un istante in cui l’en. cinetica si ripercuote su di noi).
    Non si può pensare di poter sostenere un attacco senza aver mai combattuto sul sero.“.
    Giusto, infatti, generalmente nel kumite si insegna il contatto fisico dal 3° kyu in avanti, mentre in allenamento pre-lezione lo si insegna dalla gialla/arancione in poi.
    Non c’è quindi nulla di cui meravigliarsi se spesso si vedono fior fior di cinture nere di Karate Shotokan stese dal primo boxeur di turno, nè se ormai il nome del Karate è associato alla totale inefficacia“.
    Mai vista una, tu hai qualche link? (E comunque sai benissimo che esistono scarsi karatechi così come ottimi boxeur e viceversa, e in ogni sport o arte o disciplina.)
    ed è spesso deriso dai praticanti di altre discipline.
    “Ma che ce frega… ma che c’emporta…” ;)

    P.S.: ben fatto l’ articolo su Marte e Luna :)

    Alla prossima Nic!!!

  7. Nicolò on settembre 3, 2009 8:00 am

    Sull’energia cinetica sono d’accordo, ma ciò che intendevo io riguarda il fatto che il colpo a vuoto raggiunge, come hai sottolineato, l’apice qualche istante prima dell’impatto (mediamente al 75 % della distanza dal bersaglio). Questo succede perchè il sistema nervoso, non appena tiri il pugno, invia un segnale affinchè la forza cali automaticamente onde evitare lesioni ossee o muscolari. Ecco spiegato perchè dopo il 75 % la forza va scemando. Il problema allora qual è? Il problema è che quasi sempre il compito di fermare il pugno o calcio che sia viene svolto dalla schiena: alla lunga è piuttosto chiaro come dei colpi a vuoto portati con forza per anni rischino di dare seri problemi alla colonna vertebrale.
    Poi ti dirò, riguardo al karate esistono stili di ogni tipo, alcuni modificati e interpretati dai maestri: è quasi impossibile, anche se si volesse, ”fare di un’erba un fascio”. Infatti nel mio articolo mi riferisco ad uno stile preciso di karate, ossia lo shotokan tradizionale, quello riportato nel primo degli ultimi 2 video.
    Mi ha fatto piacere sentirti e spero di rivederti nel mio blog,

    a presto! ;)

  8. yari.davoglio on settembre 3, 2009 12:24 pm

    Essendo 1° dan Shotokan ed avendo studiato biologia ne so qualcosa, per questo ho potuto argomentare (a differenza di altri sopra…) :)
    L’energia cinetica è massima nell’istante di maggior accelerazione: questo istante corrisponde, dopo anni di buon allenamento, a circa 1,5-2 cm di distanza dall’obiettivo e scema nel successivo mezzo centimetro (difficilissimo, lo so). Il mio maestro ha circa 65 anni, insegna Shotokan da 40 (o 35 mi pare) e non ha mai avuto problemi fisici dati dalla pratica (lo dice lui, ovviamente, non sono un cieco fideista, però se vedi i video dei maestri più famosi e più alti in grado, ad esempio, non direi proprio che hanno problemi fisici nemmeno a 80 anni…).

    P.S.: il secondo video è stato disattivato dall’utente :)

  9. billi ballo on ottobre 11, 2009 11:49 am

    salve!!! come va??
    non bastava il pirla che ha fatto il blog, è arrivato anche yari.davoglio a sparare stronzate
    sai dove ve la dovete mettere l’energia cinetica?…capito vero?

  10. Nicolò on ottobre 11, 2009 12:01 pm

    Come al solito sai solo offendere senza argomentare. Buffone.

  11. Nicolò on ottobre 11, 2009 5:01 pm

    Visto l’ennesimo commento inutile e offensivo di billi ballo, d’ora in avanti i suoi interventi non saranno più approvati.

  12. ale on novembre 1, 2009 3:05 am

    oltre all’energia cinetica bisogna tener conto, ed è questo che fa la differenza, di come la nostra struttura ossea sostiene l’impatto. Sostenere l’energia del vincolo al momento dell’impatto, ovvero creare un collegamento del bersaglio col terreno limitando allo stretto necessario l’utilizzo della muscolatura, mi permette di convogliare tutta l’energia accumulata sul bersaglio. Potrò in questo modo limitare l’energia cinetica, concentrandomi su quella esplosiva, facendo partire il colpo alla distanza di pochi cm dal bersaglio.Si tratta di posizionare tutti i segmenti ossei utilizzati in modo tale che ognuno di questi scarichi l’energia “di ritorno” (reazione del vincolo)sul successivo fino ad arrivare a terra, poi tutta l’energia ritornerà sul bersaglio ottimizzando la resa della tecnica. Sono 35 anni che studio questa bellissima arte che è il karate e da 20 la insegno. Verifico, anche con dimostrazioni, la bontà di questi studi con tecniche di schiwari posizionando la mano a pochi cm dal bersaglio. Non stò dicendo nulla di nuovo sto solo sottolineando una peculiarità della tecnica che molto spesso viene trascurata (in molti stage anche con alievi di altre discipline questo lo risontro spessissimo). Un piccolo contributo tecnico.

  13. Romeo on febbraio 22, 2010 8:39 am

    Il karate a contatto pieno è, a mio avviso, l’unico tipo di karate degno di chiamarsi tale. Non conosco il Makotokai, ma so che Bolaffio è un grande maestro e proprio per questo immagino che il suo “prodotto” sia concreto e funzionale. Conosco, però, il Kyokushinkai e molti altri stili da esso derivati e so, quindi, quanto sia importante affondare i colpi. Lo Shotokan di oggi fa pena, ma questo vale anche per altri stili di karate dove il kumite è sostanzialmente finto e rituale. Il fatto di fare tradizionale, poi, è una balla colossale. Nello Shotokan, che è uno stile relativamente giovane e in continuo cambiamento, non c’è niente di tradizionale. Tanto di cappello al buon vecchio JKA di un tempo, ormai, mi pare, morto e sepolto. Che ben venga il Full Contact Karate. Chi lo critica lo fa solo perché è cosciente del fatto che, con la sua preparazione, non sarebbe in grado di tenere nemmeno mezzo round con uno che, al contrario, affonda. E’ proprio per questo che molti preferiscono chiacchierare, giocare a fare i guerrieri della domenica, criticare le gare a favore del “vero karate” (che poi non si sa mai quale sia!), quando il vero problema è solo l’insicurezza che li caratterizza.

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