Oggi ho avuto la possibilità di deliziarmi nel leggere un articolo su Il Giornale (non che abbia di solito tali bieche abitudini, ma ho trovato il link sulla bacheca di Facebook, condiviso da non so chi) nel quale si riporta una notizia diffusa dal tabloid The Sun che parla di un ragazzo inglese deceduto a causa di una trombosi venosa profonda dovuta alla posizione sedentaria prolungata. Fin qui nulla di troppo sconcertante (età della vittima a parte), se non che la causa delle abitudini non proprio atletiche del ragazzo era dovuta alla sua dipendenza da videogiochi, che lo spingeva a stare davanti allo schermo anche dodici ore al giorno.
Risultato: The Sun titola a caratteri cubitali “Xbox tragedy” e il danno è immediato: la notizia rimbalza dovunque e Il Giornale inizia il proprio articolo con una frase che ha dell’incredibile:
“Si può morire per un videogame? Sì se si passano 12 ore consecutive con un joystick in mano.”
A coadiuvare il tutto, poi, ci si mette pure il sottotitolo:
“Ora il padre ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sui rischi dei videogame”.
Com’è ovvio a nessuno di questi rampanti giornalisti è passato minimamente per l’anticamera del cervello di ricordare che qualunque attività che implichi una posizione sedentaria per un gran numero di ore comporta questi e tanti altri rischi, né si sono interessati a scoprire se questo ragazzo magari – per caso eh! – avesse qualche problema congenito di coagulazione.
Anche perché se davvero egli era una promessa del game design, come dimostrerebbe la sua ammissione alla Leicester University, probabilmente sarebbe passato dalla sedentarietà per gioco alla sedentarietà per studio. Quella che provano più o meno ogni giorno tutti gli studenti universitari di questo mondo, sottoscritto incluso.
Forse è meglio se mi faccio una bella dose di eparina, che ne dite?

16 agosto 2011 at 11:08 am
Ogni cosa portata all’eccesso ha un effetto deleterio sull’organismo. Il “troppo” non è mai positivo, ma si sa al mondo (e all’Italia in particolare) piacciono tantissimo le tragedie inutili. Quelle legate alla banalità, quelle che, perchè legate alla quotidianità, possono spaventare e quindi distogliere il pensiero delle persone da ciò che realmente dovrebbe interessare.
Leggo tantissimo da quando avevo 11 anni, circa un libro di 500 pagine ogni 4 giorni, per lo sforzo ho decisamente troppi problemi di vista e la mia postura di certo non è tra le più corrette al mondo; inoltre non ho ancora imparato a leggere mentre corro.
Facciamo una campagna di sensibilizzazione sui rischi della lettura?
Sono anche io persuasa che questo ragazzo avesse di base un difetto congenito che ha aggravato una condotta poco sana, ma decisamente non mortale.
Checchè se ne dica il corpo umano ha un controllo di se che non tollera il masochismo estremo, in altre parole: bisogna volersi far del male, per riuscire a farsene realmente.
Nel mio caso, leggo tanto è vero, la mia vista fa cilecca e la mia postura è rigida, ma dopo qualche ora la rigidità e l’annebbiamento mi costringono ad alzarmi dalla sedia e a camminare, vedere il sole, passeggiare, sgranchirmi le ossa, chiudere gli occhi… riposarmi.
Invece della sensibilizzazione contro questo e quest’altro bisognerebbe sensibilizzare la nuova generazione verso quello che io chiamo “Controllo”, ma che in altri termini può essere tradotto in due parole: “Volontà” e “Amore di sè”.