Nicolò Zarotti's Blog

No, grazie.

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Ieri, per passare il tempo (e in fondo per farmi scappare qualche sorriso), ho deciso di dare un’occhiata agli articoli del mio vecchio blog. All’improvviso ho ritrovato una riflessione che avevo scritto nel marzo del 2008, dopo aver scoperto, grazie ad un video con Alessandro Baricco ed Eugenio Allegri, un passo molto noto della storia del teatro: il monologo dell’atto II, scena VIII di Cyrano de Bergerac, scritto da Edmond Rostand. Dal momento che ritengo che la riflessione, almeno per il sottoscritto, sia ancora molto attuale, voglio riproporvela, anche solo per farsi scappare l’ennesimo sorriso.

No, grazie.
Quand’è stata l’ultima volta che lo avete detto?

Ormai si accetta tutto, pur di ricavarne qualche vantaggio. A tal scopo ci si sottomette pure. Si piega la testa, si scopre il collo. L’importante è sentirsi protetti e accettati.

Ma dov’è quella libertà che tanto decantavano un tempo? Quel libero arbitrio che ci distingue dalle bestie? Quella volontà di scegliere che tormenta le nostre notti con l’indecisione?

Ci ritroveremo davvero tutti a vivere nel nostro mondo immaginario, indispensabile per sopperire alla nostra debolezza d’animo in quello reale, nel quale credere di poter scegliere e, da novelli Don Chisciotte, schiantarci contro le pale dei mulini, nella futile convinzione di affrontare qualche reale avversario?

L’idealismo non è sempre un male e impuntarsi sui valori in cui si crede è sempre un bene.

Non prendete tutto questo come l’ennesima ostentazione del delirio di onnipotenza di questo giovane folle, nè l’immancabile espressione del suo esibizionismo.

Come dice Guccini, ”Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna…”

Stamattina, girando per la rete, ho semplicemente scoperto un monologo stupendo. Appartiene ad un’opera di centoundici anni fa. E’ pronunciato da un uomo dalle capacità straordinarie, ma estremamente brutto. Un incredibile spadaccino, un poeta eccelso, un uomo triste. Ma nella sua tristezza fa ragionare. E tanto.

Vogliate leggerlo anche voi quindi.

Qualora non voleste, ditelo senza remore, poichè è proprio questo il fatto, spesso ci dimentichiamo di poterlo dire: ”no, grazie”.

Cyrano de Bergerac

Atto II, scena VIII

Orsù che dovrei fare?…

Cercarmi un protettore, eleggermi un signore,

e dell’edera a guisa, che dell’olmo tutore accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza, arrampicarmi, invece di salire per forza?

No, grazie!

Dedicare, com’usa ogni ghiottone, dei versi ai finanzieri?

Far l’arte del buffone pur di veder alfine le labbra di un potente

atteggiarsi a un sorriso benigno e promettente?

No, grazie!

Saziarsi di rospi? Digerire lo stomaco per forza dell’andare e venire?

Consumar le ginocchia? Misurar l’altrui scale?

Far continui prodigi di agilità dorsale?

No, grazie!

Accarezzare con mano abile e scaltra la capra

e intanto in cavolo inaffiare con l’altra?

E aver sempre il turibolo sotto de l’altrui mento

per la divina gioia del mutuo incensamento?

No, grazie!

Progredire di girone in girone,

diventare un grand’uomo tra cinquanta persone,

e navigar con remi di madrigali,

e avere per buon vento i sospiri di vecchie fattucchiere?

No, grazie!

Pubblicare presso un buon editore, pagando, i propri versi?

No, grazie dell’onore!

Brigar per farsi eleggere papa nei concistori

che per entro le bettole tengono i ciurmatori?

Sudar per farsi un nome su di un picciol eletto agl’incapaci, ai grulli;

alle talpe dare ali, lasciarsi sbigottire dal rumor dei giornali?

E sempre sospirare, pregare a mani tese:

“Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese”?

No, grazie!

Calcolare, tremar tutta la vita,

far più tosto una visita che una strofa tornita,

scriver suppliche, farsi qua e là presentare…?

Grazie, no! grazie no! grazie no!

Ma… cantare, sognar sereno e gaio, libero, indipendente,

aver l’occhio sicuro e la voce possente,

mettersi quando piaccia il feltro di traverso,

per un sì, per un no, battersi o fare un verso!

Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,

a qual sia più gradito viaggio, nella luna!

Nulla che sia farina d’altrui scrivere,

e poi modestamente dirsi:

ragazzo mio, tu puoi tenerti pago al frutto, pago al fiore,

alla foglia pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!

Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,

non dover darne a Cesare la più piccola parte,

aver tutta la palma della meta compita, e,

disdegnando d’esser l’edera parassita, pur non la quercia essendo,

o il gran tiglio fronzuto salir che non alto, ma salir senza aiuto!

Il passo introdotto da Alessandro Baricco e recitato da Eugenio Allegri:

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