Raro admodum spei nostrae rerum exitus respondent
I ciottoli scricchiolano lamentosi mentre salgo lungo il ripido sentiero di montagna. L’aria è fredda, ma non elimina il senso di calore che la sensazione della presenza del tramonto riesce a donarmi. Le gambe cominciano a dolermi leggermente quando imbocco l’ultimo tornante. Gli alberi che mi circondano lasciano trapelare sottili raggi di luce rossa che si allargano man mano che raggiungo la vetta. Nel momento in cui sbuco nella pianura sulla cima tutto si tinge di rosso. Il lago che si intravede in lontananza, centinaia di metri più in basso, ha il colore del sangue, e del sangue si appropria anche della singolare attrazione che sa esercitare in alcuni momenti. L’insenatura tra le montagne sull’orizzonte dà libero sfogo alla pupilla rossa che mi investe mentre mi giro ad ammirare una cascata trasversalmente opposta al lago, quasi volesse contrastare impetuosamente la placidità di quest’ultimo. Degli uccelli si levano in volo da dei cespugli attorno alla cascata, la cui schiuma rossa sembra esprimere la saggezza di qualcuno che ha vissuto troppo a lungo e a cui non dispiacerebbe fermarsi per un pò.
Mi avvicino al ciglio. La neve rossa non vorrebbe permettere ad alcuna impronta di infrangere la sua compattezza.
Improvvisamente il mio piede destro urta accidentalmente un oggetto che rotola verso sinistra, in un’insenatura che mi era precedentemente sfuggita.
L’oggetto rotola e io lo seguo. Finalmente frena la sua corsa contro uno strano ammasso di stracci, ferro e qualcos’altro di cui non riesco a capire la natura. Quando torno ad osservare l’oggetto, capisco: il teschio che mi fissa beffardo sembra un invito ad avvicinarmi. Mi inginocchio per vedere meglio.
Ciò che prima pareva un ammasso confuso di ferro, stracci e ”qualcos’altro”, si rivela ora essere i resti di un vecchio deltaplano al quale sono ancora attaccate le ossa di chi lo portava.
Mentre vengo quasi ipnotizzato da questa vista, sento un rombo acutissimo alle mie spalle.
Mi volto.
Lo stretto sentiero dal quale provenivo è ora occupato da un enorme macigno, franato dalla parete rocciosa lì appresso.
E’ curiosa la sensazione che si prova quando si capisce di essere in trappola. Assomiglia allo sconforto, e come esso ti sottrae buona parte dell’energia.
Non so quanti minuti stiano passando, ma io sono ancora fermo qua, immune ad ogni tipo di stimolo.
All’improvviso sento qualcosa alle mie spalle. Stavolta non è qualcosa di fisico, è più simile alla sensazione di essere osservato. Mi giro lentamente.
E’ sempre l’occhio ardente, ora più forte, che mi fissa imperterrito.
Ritrovo d’un tratto il senso di calore che ho provato salendo. Mi decido finalmente sul da farsi.
Mi rivolto verso i poveri resti. Sfilo velocemente le ossa dall’imbracatura e apro il deltaplano.
Non è nelle migliori condizioni, potrebbe non reggere.
Ma c’è solo un modo per saperlo.
Mi sistemo l’attrezzatura addosso con una scrollata di spalle. Lancio un’ultima occhiata al teschio. Il suo sorriso macabro sembra quasi augurarmi buon viaggio.
Mi allontano di qualche centinaio di metri.
Mi giro nuovamente e comincio a correre. I ferri del deltaplano sibilano sferzando l’aria. Il passo prima dello stacco ha un sapore allo stesso tempo dolce e amaro.
Comincio a precepitare.
Improvvisamente una corrente ascensionale gonfia la tela del deltaplano e mi solleva.
Svolto verso il varco tra le montagne.
Mentre mi avvicino, la pupilla rossa mi inghiotte.
Assai raramente gli esiti delle cose rispondono alla nostra speranza, ma è inesprimibile l’emozione che provocano quando lo fanno.

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