
Qualche tempo fa, girovagando sul Web, mi è capitato sotto mano il video della presentazione di un libro che, in pochi minuti, mi ha incuriosito molto per via del tema trattato: la libertà di non studiare. L’autrice si chiamava Paola Mastrocola, professoressa di lettere di un liceo scientifico torinese e scrittrice per passione con alle spalle già un paio di romanzi affermati, e l’evento era uno spaccato della puntata del 20 febbrario di quest’anno della trasmissione Che tempo che fa, che vi ripropongo qui sotto:
Se da una parte, come ho già detto, Togliamo il disturbo mi ha suscitato immediatamente una profonda curiosità per i temi trattati, dall’altra mi sono ritrovato a partire prevenuto per l’idea che la Mastrocola dà nella presentazione davanti a Fazio. In alcuni punti, diffatti, sembra tanto una di quelle insegnanti bacchettone che odiano tutto ciò che è tecnologico o “new school”, a favore di un programma basato sui fondamenti della vecchia scuola, oserei quasi dire di gentiliana memoria.
Quale migliore occasione, quindi, per leggere il libro e togliermi qualche dubbio? Ebbene, devo dire che i dubbi me li sono tolti completamente e posso in tutta tranquillità affermare che il video di presentazione non rende affatto giustizia all‘ampio respiro del saggio della Mastrocola, per i motivi che vi illustrerò di seguito.
L’incipit è caratterizzato da un dettagliato ritratto di ciò che la professoressa torinese si trova davanti agli occhi ogni mattina quando varca la soglia della scuola: alunni svogliati, vestiti nei modi più variopinti, che pensano a tutto tranne che a studiare. Un quadro piuttosto ricorrente, penseranno i più di voi, e non solo nei nostri tempi. Vero, ma questa rappresentazione (assieme a quella di ciò che presumibilmente i ragazzi fanno a casa e il sabato pomeriggio) serve solo a dare il via a una lunga e accurata dissertazione su come la scuola d’oggi non solo non permetta l’acquisizione di conoscenze (o meglio “nozioni”, ma nell’accezione positiva oramai perduta del termine), ma che pure ne teorizzi l’eliminazione a favore di una scuola basata sull’apprendimento esperienziale.
Niente più ore sui libri, quindi, ma più “esperienza” e “applicazione”. Niente più testate sul tomo della Gerusalemme liberata per con l’intento di capirci qualcosa di come si costruisce un’ottava. E proprio Tasso, uno degli autori preferiti dell’autrice, è l’esempio principe assieme a Dante di quel tipo di conoscenze che ormai sembrano non essere più desiderate perché considerate inutili, fini a se stesse. Quelle conoscenze che però, ricorda la Mastrocola, non hanno mai avuto bisogno di un’utilità: fanno parte della cultura in senso stretto, ciò che un individuo apprende per proprio piacere personale e senza un fine applicativo futuro.
Se la nostra scuola però è effettivamente virata in direzione di questo tipo di impostazioni, la domanda che sorge spontanea a questo punto è “come siamo giunti a tutto ciò?” Il saggio dà una risposta anche a questo quesito, ripercorrendo brevemente la storia della scuola italiana da Gianni Rodari e le riforme sessantottine fino alla riforma Gelmini, delineando il profilo dei moti intellettuali e culturali che, sull’onda dell’entusiasmo di voler creare – giustamente – una scuola aperta a tutti dove pure il figlio del contadino potesse accedere all’università, sono finiti col raggiungere l’effetto opposto tramite l’appiattimento della diversità, ossia la creazione di un’Italia dove la gran parte dei ragazzi viene mandata al liceo perché la scuola professionale è considerata troppo umile.
C’è poi da meravigliarsi se un ragazzo che ha l’inclinazione – tutta da scoprire – del geometra o del fabbro o del cuoco finisce col non studiare niente e prendere 4 in latino? E’ proprio questa ricerca dell’inclinazione dei giovani che spinge la Mastrocola a proporre i lineamenti generali di un nuovo modello di scuola, che però vi lascio scoprire dandovi il caloroso consiglio di leggere questo piccolo saggio che, nella sua semplicità ed immediatezza, ha saputo colpire anche un convinto assertore delle nuove tecnologie come me grazie all’estrema valorizzazione che attua nei confronti della cultura enciclopedica, una specie di apprendimento ormai sull’orlo dell’estinzione.
Togliamo il disturbo è quindi un saggio sulla scuola, ma anche molto di più. E’ un invito alla responsabilizzazione di tutti, un’opera che ci ricorda violentemente che non è la scuola a doversi plasmare sempre sul progresso, ma che è il progresso che deve uscire dalle scuole. E’ altresì un libro nel quale finalmente a parlare d’istruzione è qualcuno che passa ogni giorno sui banchi.
Di scuola però, non di Viale Trastevere.
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26 giugno 2011 at 11:06 pm
Ho letto questo libro appena uscito e l’ho pure regalato ad un paio di amici. Da insegnante ho apprezzato moltissimo l’analisi dell’autrice sullo sfascio scolastico dovuto in parte al cambiamento avvenuto negli utenti, gli studenti, nella società in cui viviamo, ma soprattutto nell’impostazione della scuola che oggi è imperante. Oggi non contano più le conoscenze, noi insegnanti non dovremmo nemmeno valutarle o tenerne conto fino ad un certo punto, ma dobbiamo valutare competeneze e abilità che devono essere acquisite e sviluppate all’interno del percorso scolastico. Questa è una impostazione europea che ci è stata data e di cui si parla da anni, si fanno corsi, aggiornamenti, ma tutti noi siamo davvero in difficoltà a capire come dobbiamo cambiare il nostro modo di insegnare e come sta cambiando la scuola. Io trovo questa prospettiva evanescente e poco concreta con i risultati che sono di fronte a tutti: una scuola che non prepara al lavoro, ma nemmeno dà le basi per l’università.
Sono contento che anche ad uno studente teconologico sia piaciuto questo libro per cui non posso non consigliarti ” la scuola spiegata al mio cane” in cui l’autrice spiega come la scuola sta cmabiando e si sta poregressivamente svuotando del suo ruolo fondamentale, quello di trasmettere conoscenze e se vuoi anche dei valori.
3 luglio 2011 at 2:50 pm
che link? =D